C’era il volto di un pellerossa e la scritta: “Loro non hanno potuto mettere regole all’immigrazione. Oggi vivono nelle riserve”. Era il 2008 e fece scandalo. Credo sia uno dei manifesti politici meglio riusciti della Lega, al pari del mitico manifesto della gallina dalle uova d’oro degli anni ’90. Io mi sono avvicinato al Carroccio grazie a quel manifesto.
Già allora la Lega aveva colto un tema che oggi è sotto gli occhi di tutti: un popolo può perdere la propria terra non solo con una guerra, ma anche quando diventa progressivamente minoranza nella propria casa. La vicenda degli indiani d’America rappresenta plasticamente ciò che può accadere quando un popolo perde il controllo del proprio destino.
Oggi l’Europa attraversa trasformazioni profonde: immigrazione di massa, crisi demografica, perdita delle proprie radici, comunità sempre più frammentate con società parallele che non si integrano e una crescente radicalizzazione islamica.
Così come gli Indiani sono i Nativi d’America, noi qui siamo i Nativi d’Europa.
Gli europei rappresentano oggi circa il 9% della popolazione mondiale. Nel mondo siamo già una minoranza. Nel giro di pochissimi anni l’Europa ha conosciuto un’immigrazione di dimensioni senza precedenti, spesso proveniente da realtà caratterizzate da usi, costumi e concezioni politico-religiose, come l’islamismo, incompatibili con i principi della nostra civiltà. Le nostre società si sono trasformate repentinamente e molti quartieri sono già oggi irriconoscibili e appaiono perduti. I nativi d’Europa sono minoritari in alcune grandi città del Continente. Se a questo si aggiunge il crollo della natalità, è facile comprendere che il rischio concreto è diventare presto minoranza anche nei nostri stessi Paesi.
Possiamo discutere sulle soluzioni. Possiamo avere idee diverse. Ma una domanda dovremmo farcela tutti: che Europa vogliamo lasciare ai nostri figli?
Un’Europa destinata a non avere più niente di europeo?
E allora eccolo qua il manifesto dell’indiano, riattualizzato al 2026, con la parola che riecheggia in tutto il nostro Continente: Remigrazione.
Remigrazione significa deportare tutti gli stranieri? No, questa è una bugia della sinistra e sarebbe una follia impraticabile.
Per me, remigrazione significa costruire un insieme di leggi, accordi internazionali e politiche finalizzate prioritariamente a:
- Fermare definitivamente l’immigrazione clandestina;
- rimpatriare gli immigrati irregolari presenti sul territorio nazionale ed europeo;
- espellere e rimpatriare gli stranieri che commettono reati gravi, revocando il permesso di soggiorno o la cittadinanza acquisita;
- favorire il ritorno volontario nei Paesi d’origine attraverso incentivi economici e accordi di cooperazione.
Mettere in pratica questo progetto è fondamentale se vogliamo tornare liberi di vivere le nostre città in sicurezza e tranquillità, ma è anche necessario per fermare la proliferazione di società parallele nei nostri stati, stoppare l’avanzata dell’islamismo che mette a repentaglio i diritti che abbiamo conquistato fino ad oggi a partire dall’emancipazione della donna. In poche parole: tornare padroni del nostro destino.
La Lega è la forza politica che prima di tutti ha messo in guardia dai rischi dell’immigrazione di massa e più di tutte ha agito per fermare l’invasione e attuare la remigrazione, ben prima che questo termine diventasse di tendenza.
La remigrazione non nasce oggi. Da oltre vent’anni la Lega cerca di tradurre questo principio in strumenti concreti.
La legge Bossi-Fini del 2002 ha introdotto l’espulsione degli immigrati irregolari e misure per contrastare il traffico di esseri umani via mare. Roberto Maroni, da Ministro dell’Interno, ha poi promosso la politica dei respingimenti verso la Libia sulla base di accordi bilaterali. Una scelta giusta e necessaria per difendere i confini italiani, ma che nel 2012 fu bocciata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, arrivata perfino a condannare l’Italia a risarcire i ricorrenti e a mettere fine a quella politica di respingimenti.
Tra il 2018 e il 2019 Matteo Salvini ha introdotto la politica dei porti chiusi e i Decreti Sicurezza, rafforzando i rimpatri, abolendo la protezione umanitaria, contrastando l’attività delle ONG e introducendo, per la prima volta, la possibilità di revocare la cittadinanza italiana acquisita nei casi di terrorismo internazionale. Per quelle scelte ha affrontato un lungo processo con l’accusa di sequestro di persona, rischiando una pesante condanna, prima di essere assolto.
Anche nell’attuale governo la Lega ha promosso nuovi Decreti Sicurezza, la legge contro le baby gang e numerose proposte per rafforzare i rimpatri, difendere lo ius sanguinis e rendere più rigorosi i criteri per l’acquisizione della cittadinanza italiana.
Tutto questo dimostra una cosa semplice: la remigrazione non si realizza con gli slogan. Si costruisce, passo dopo passo, con leggi, accordi internazionali, controlli alle frontiere, rimpatri, incentivi al ritorno e una forte volontà politica. E spesso nemmeno questo basta, perché a ostacolarla intervengono corti internazionali, una parte della magistratura, un’élite culturale e mediatica ancora saldamente ancorata al pensiero globalista, altri organismi politicizzati e, talvolta, perfino alleati di governo.
Ad ogni modo, la Lega è stata la prima forza politica in Italia a percorrere questa strada. Lo ha fatto quando quasi tutti negavano il problema, veniva trascinata nei tribunali, attaccata nelle piazze e accusata di razzismo semplicemente per aver rivendicato il diritto dei nativi a restare padroni della propria terra.
Oggi molte delle analisi che allora venivano derise sono diventate patrimonio del dibattito pubblico europeo. Il tempo ci ha dato ragione. Per questo credo che la missione della Lega debba essere chiara: essere un grande movimento identitario e autonomista, capace di trasformare la remigrazione da parola d’ordine a progetto politico concreto, proseguendo il percorso che il nostro movimento ha iniziato oltre vent’anni fa.
Perché la domanda è la stessa del 2008. Solo che oggi abbiamo molto meno tempo.
Vogliamo fare la fine degli indiani d’America, diventando gli indiani d’Europa che vivono nelle riserve?
Oppure vogliamo restare i nativi d’Europa, padroni della nostra terra, della nostra identità e del nostro destino?
Io non ho dubbi.


